La strana situazione del volontariato “di restituzione”

Generalmente quando si parla di volontariato si pensa a un’attività di vario genere, svolta senza scopo di lucro e per rispondere a diverse motivazioni che siano per altruismo, generosità, interesse per l’altro e l’altra o per un bene comune. Qualunque sia il motivo che spinge qualcuno a fare volontariato, il periodo di lavoro è un percorso che ti cambia, non si può sapere se in meglio o in peggio, ma quel che è certo è che si tratta di qualcosa di estremamente personale e per questo non può essere giudicato. Non è un caso che oramai in tutto il mondo si diffondono vari progetti di volontariato dove giovani e anche un po’ meno giovani decidono di spendere un periodo di tempo anche non breve a dedicarsi agli altri, a “fare del bene”, ricevendo in cambio un’esperienza formativa non formale di assoluto valore. Se una cosa non può essere quantificata non significa che non abbia valore.
Per questo quando leggiamo che nei progetti di accoglienza di richiedenti asilo saranno previsti dei percorsi lavorativi socialmente utili o “di restituzione”, non retribuiti, abbiamo un po’ paura delle derive negative che un concetto di questo tipo può portare. Il pensiero che sta dietro cavalca l’ondata di risentimento che serpeggia nelle vie e nelle piazze dei nostri paesi. Si pensa che: “già ti ospito qui a casa mia, ho aperto le porte del paese e allora tu in cambio devi lavorare, gratis, per restituire l’ospitalità che ti è concessa”. Ed ecco che quindi scatta il volontariato di restituzione, un concetto preoccupante sotto tanti aspetti.
Il primo è che secondo la convenzione di Ginevra, abbiamo l’obbligo di accogliere la richiesta di asilo di una persona che scappa dalla guerra senza chiedere nulla in cambio e c’è tutto un sistema che ha il compito di valutare quella richiesta. Sono le Istituzioni dedicate, a decidere se la richiesta di asilo è valida o meno, non le foglie secche a bordo della strada. E aprire le porte a chi è in difficoltà è un dovere civile, oltre che morale.
Inoltre far diventare abitudinaria un’esperienza come quella del volontariato non fa che snaturarne il significato stesso, rendendolo un mero gesto eseguito con ripetitività, e svalutando il volontariato di tutti gli altri. Se stiamo mangiando insieme, a casa mia, io non obbligo nessuno a pulire i piatti dopo. C’è chi si offrirà di farlo e chi no, c’è chi porterà il dolce o una bottiglia di vino e chi no, e va bene così. Che poi a me neppure piace il vino…
E ancora se immaginiamo come potrebbe essere gestita una tale pratica ci immaginiamo già schiere di neri con la pettorina arancione a bordo strada che puliscono le strade, raccolgono le cartacce buttate a terra a pochi metri da un cestino e sono messi in posa per le foto.

Se però già state pensando che siamo contrari al volontariato, o che i richiedenti asilo non lavorino per la comunità in cui abitano, vi sbagliate di grosso. Semplicemente rispettiamo il volontariato e il lavoro retribuito di tutti e tutte e per questo vogliamo riportare due esempi di come il cosiddetto “volontariato di restituzione” diventi una pratica nobile e non una mero do ut des privo di significato e buttato lì per far piacere.

Il primo è il volontariato che quattro richiedenti asilo hanno svolto a Borgone Susa, in provincia di Torino. In questo paese della Val di Susa all’uscita dalla scuola elementare viene organizzato un pedibus. I bambini vengono accompagnati in fila per le strade del paese e poco alla volta tornano alle proprie case. Vengono così aiutati ad attraversare la strada e a non perdersi che, si sa, da bambini il senso dell’orientamento non sempre è ottimo… In questo caso i beneficiari hanno scelto di fare del volontariato insieme a persone che già lo facevano. Questo perché hanno visto altre persone farlo e hanno volontariamente deciso di farlo anche loro, unendosi ai concittadini in un’attività utile per i più piccoli. Non è stato creato nessun progetto ad hoc o qualche lavoro extra da far fare ai richiedenti asilo perché non lo fa nessun altro e per il bisogno di occuparli.
Qui hanno contribuito alla comunità in cui vivono esattamente come altri cittadini. Il volontariato non deve per forza diventare scopa in mano e spazzare le strade in solitudine o tra soli richiedenti asilo, ma può e deve essere un’esperienza valorizzante per la persona e per la comunità e i richiedenti asilo possono essere una risorsa per migliorare un servizio che già è in corso.

Il secondo esempio ci mostra invece come anche il lavoro di spazzare le strada, pulire le aiuole e riparare i tombini può essere un’occasione di crescita. È il caso di Ibrahima e di Karim che a San Germano Chisone, il paese in cui vivono, lavorano per il Comune, accanto a un operaio.
Abbiamo parlato con Ibrahima che ci ha raccontato quello che fa. Lui lavora dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 12 e in base alle necessità giornaliere svolge diversi compiti: spazza la strada, pulisce le canaline dell’acqua e le grondaie pubbliche, toglie i tombini e pulisce sotto. In estate si occupa di fiori ed erba e taglia le erbacce che rovinano la strada. Almeno una volta a settimana fa il giro dei cestini e li svuota, cercando di differenziare il più possibile.
Per noi non c’è niente di male a fare questi lavori, anzi, sono necessari, ma è a farli passare come volontariato “di restituzione” che ci sembra sbagliato. Ibrahima lavora 20 ore settimanali e viene retribuito per quelle 20 ore settimanali. Retribuito poco, bisogna ammetterlo, ma è anche vero che il suo inserimento lavorativo è un’esperienza formativa e per questo si avvale di una serie di contributi a cui possono accedere tutti i cosiddetti NEET (Not engaged in Education, Employment or Training), giovani che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione. Ibrahima non usufruisce di fondi apposta per richiedenti asilo, ma oltre alla necessità di lavorare e alla voglia di imparare un mestiere, ha anche la voglia di fare qualcosa per il suo paese, senza esserne obbligato. E facendolo per diverse ore a settimana questo tempo diventa un’esperienza formativa vera e propria perché Ibrahima è affiancato da un professionista che lo segue, gli spiega come fare i lavori e come usare gli strumenti per poi
supervisionare il lavoro fatto. L’esperienza di Ibrahima è stata molto positiva e dopo un primo periodo di tre mesi è stato prolungato il tirocinio. Sappiamo bene che alla fine del periodo di inserimento lavorativo un’assunzione è quasi impossibile, vista la situazione economica delle amministrazioni di tutta Italia, ma Ibrahima in questo periodo viene trattato come un lavoratore sapendo che se oggi fa bene a San Germano, perché è seguito e perché viene valorizzato il suo lavoro (perché di lavoro si tratta), domani potrà far bene da qualche altra parte, perché lui come altri richiedenti asilo che lavorano in altri comuni vengono trattati come una persona, e quindi come una risorsa, e non come un paio di mani da sfruttare fin tanto che le abbiamo a disposizione.

Michele Comba

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